DA OGGI anche in Italia c’è una nuova terapia mirata per le circa mille persone che ogni anno sviluppano un melanoma inoperabile o metastatico con mutazione del gene BRAF. L’Agenzia del farmaco (Aifa) ha infatti approvato la rimborsabilità del trattamento con encorafenib in associazione con binimetinib, in grado di migliorare la sopravvivenza in questi pazienti, salvaguardando la qualità di vita.

L’incidenza del melanoma, il tumore della pelle più aggressivo, è raddoppiata nell’ultimo decennio. Nel 2019 sono stati stimati 12.300 casi, di cui la metà presenta una mutazione del gene BRAF. “La corretta determinazione dello stato mutazionale di BRAF per selezionare la terapia più adeguata ed efficace è oggi fondamentale”, sottolinea Paolo Ascierto, Direttore del Dipartimento di Oncologia Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative dell’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione ‘Pascale’ di Napoli.

Il vantaggio delle terapie target

Le terapie mirate rappresentano, infatti, uno dei più importanti strumenti dell’oncologia di precisione e svolgono un’azione specifica nei confronti del bersaglio molecolare contro cui sono dirette, bloccando o rallentando la crescita del tumore. Encorafenib è un inibitore orale della proteina Braf di nuova generazione, mentre binimetinib è un inibitore orale della proteina Mek: entrambe hanno un ruolo chiave, perché fanno parte della stessa “catena di segnali” che regola i processi di crescita e differenziazione delle cellule. Quando è mutato, il gene BRAF si comporta come un interruttore sempre acceso in grado di stimolare continuamente la proliferazione cellulare, diversamente da quanto avviene nelle condizioni fisiologiche, in cui il gene BRAF va incontro ad accensione e spegnimento sulla base dei segnali di attivazione o inattivazione che riceve.

Lo studio

L’approvazione dell’Aifa si basa sui risultati dello studio Columbus, condotto su 557 pazienti che ha valutato l’associazione di encorafenib (inibitore di BRAF) e binimetinib (inibitore di MEK) con il solo encorafenibcon e con vemurafenib (entrambi usati in monoterapia). L’associazione ha mostrato una mediana di sopravvivenza libera da progressione della malattia di 14,9 mesi, il doppio rispetto ai 7,3 mesi di vemurafenib in monoterapia. La riduzione statisticamente significativa del rischio di progressione o morte è stata del 49%.6 Il beneficio si mantiene nel tempo: il 29% dei pazienti è rimasto libero da progressione a 3 anni dal termine della terapia. Non solo: “Il trattamento con encorafenib e binimetinib – continua Ascierto – ha raggiunto una sopravvivenza globale mediana di 33,6 mesi, anche in questo caso circa il doppio rispetto ai 16,9 mesi con vemurafenib in monoterapia, con una riduzione del rischio di morte del 39%. Lo studio Columbus ha inoltre dimostrato che i pazienti presentano maggiori probabilità di ottenere una riduzione clinicamente rilevante del carico tumorale. Questi dati sono molto promettenti per un’associazione di BRAF-MEK inibitori, in relazione all’efficacia e soprattutto guardando il profilo di sicurezza”.

La qualità di vita conta

“I profili di tollerabilità e sicurezza di encorafenib e binimetinib sono peculiari – spiega Paola Queirolo, Direttore Divisione Melanoma, Sarcoma e Tumori rari all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano: “Prevalgono eventi non sintomatici, con una riduzione di entrambi gli eventi avversi che caratterizzano le altre combinazioni, fotosensibilità e febbre. Nessun paziente ha interrotto definitivamente il trattamento con encorafenib associato a binimetinib a causa della fotosensibilità. La febbre è stata lieve per più della metà dei pazienti che l’hanno manifestata e nessuno ha avuto uno stato febbrile di grado IV. Significativo anche il vantaggio della qualità di vita, misurato in termini di salute globale, di funzionamento emotivo e sociale, dolore, insonnia, perdita di appetito e fatica”.

“È importante avere a disposizione nuove armi che garantiscano vantaggi in termini di tempo libero da progressione, di sopravvivenza, ma soprattutto di qualità di vita”, aggiunge Monica Forchetta, presidente APaIM (Associazione Pazienti Italia Melanoma): “Inoltre, in questa fase di emergenza causata dal coronavirus, in cui il sistema sanitario deve sostenere grandi carichi di lavoro, la disponibilità di una terapia orale che può essere assunta a casa è determinante, perché i pazienti non sono costretti a recarsi in ospedale per la cura. Questi risultati sono ottenuti grazie alle sperimentazioni. Le Associazioni devono sensibilizzare i pazienti oncologici sull’importanza della ricerca clinica, per far capire loro che, proprio entrando in una sperimentazione, è possibile accedere a terapie innovative anni prima della loro commercializzazione”.